Lo Spomenik: i monumenti commemorativi astratti della Jugoslavia, tra scultura e paesaggio

Fiori di cemento giganteschi, ali scultoree, forme che sembrano atterrate da un altro pianeta e rimaste nel mezzo di boschi e colline. Chi le incontra per la prima volta le scambia spesso per scenografie di un film di fantascienza. In realtà sono memoriali modernisti, costruiti per commemorare alcuni degli eventi più drammatici della storia europea del Novecento.

Gli Spomenik sono monoliti affascinanti che sfumano il confine tra scultura e architettura. Sono anche mete ideali per chi ama viaggiare, fotografare e cercare luoghi lontani dai percorsi più battuti.

Spomenik: significato e origine del termine

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"Spomenik" significa semplicemente "monumento" in serbo-croato e sloveno. Nell'uso comune, tuttavia, il termine indica oggi una categoria specifica: i memoriali brutalisti costruiti nella Jugoslavia socialista tra gli anni Sessanta e Ottanta.

A restituire loro visibilità internazionale fu il fotografo belga Jan Kempenaers, che tra il 2006 e il 2009 percorse l'ex Jugoslavia per documentarli, raccogliendo le immagini nel libro Spomenik (Roma Publications, 2010). Un ruolo determinante lo ha avuto anche il ricercatore americano Donald Niebyl, ideatore dello Spomenik Database, un archivio online che cataloga questi monumenti con schede dettagliate, mappe e materiali storici, diventato poi una pubblicazione a sé stante.

Un piccolo paradosso: ci volle uno sguardo esterno per trasformare un patrimonio rimasto a lungo quasi invisibile in un fenomeno globale.

Perché furono costruiti: un progetto politico e culturale

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Per comprendere gli Spomenik bisogna partire dalla storia. Durante la Seconda guerra mondiale, il territorio jugoslavo fu teatro di battaglie brutali, occupazioni, campi di concentramento e massacri di massa. Ma anche di una feroce resistenza partigiana.

Dopo il conflitto, la Jugoslavia di Josip Broz Tito costruì la propria identità attorno a quella memoria, ancorata all'ideale di "fratellanza e unità" tra i suoi diversi popoli. I memoriali erano destinati a onorare le vittime del fascismo e la lotta partigiana, contribuendo al tempo stesso a tenere unita una nazione giovane e complessa. In seguito alla rottura con Stalin nel 1948 e alla scelta di una "terza via" non allineata, la Jugoslavia rifiutò il realismo socialista di stampo sovietico in favore di un linguaggio visivo moderno e astratto, aperto alla sperimentazione internazionale.

Laddove altri regimi celebravano il potere attraverso la statuaria eroica, la Jugoslavia scelse forme scultoree e simboliche capaci di parlare a tutti senza imporre una narrazione univoca.

Come sono fatti: materiali, forme e paesaggio

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Cemento, acciaio inossidabile, pietra: i materiali sono quelli del modernismo e del Brutalismo, impiegati con una sorprendente libertà espressiva.

Le forme sono astratte ma mai arbitrarie. Si sviluppano in ali, fiori, rocce fratturate, spirali, volumi che si aprono verso il cielo. Ogni monumento non insegna, ma suggerisce un'idea: resistenza, dolore, rinascita.

Un'altra caratteristica distintiva è il rapporto con il paesaggio circostante. Molti Spomenik sorgono proprio sui luoghi degli eventi che commemorano e sono concepiti per essere attraversati, non semplicemente osservati. Diversi complessi includevano musei, anfiteatri, parchi e spazi per cerimonie pubbliche. Erano luoghi della memoria, ma anche della vita collettiva: commemorazioni, raduni pubblici e visite scolastiche contribuivano a trasmettere alle nuove generazioni la storia della guerra e della Resistenza. In alcuni siti, come Kozara, le celebrazioni e il numero di visitatori raggiunsero dimensioni straordinarie.

Perché gli Spomenik contano ancora per i progettisti di oggi

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Per architetti e designer, gli Spomenik rappresentano un caso studio di autentico valore. Dimostrano come un materiale umile come il cemento possa diventare un linguaggio espressivo compiuto, come lo spazio possa custodire la memoria senza ricorrere alla retorica, e come il rapporto tra un'opera, il suo paesaggio e le persone che lo abitano sia parte integrante di qualsiasi progetto.

Sono anche un esempio di come la conservazione del patrimonio moderno rimanga una sfida aperta: come si protegge un'architettura costruita per durare ma lasciata esposta all'abbandono? Soprattutto, sono un promemoria del fatto che lo spazio costruito è talvolta il mezzo più diretto che abbiamo per non dimenticare.

Spomenik da conoscere

Jasenovac - Croazia

Sorto sul sito dell'omonimo campo di concentramento — dove decine di migliaia di persone persero la vita tra il 1941 e il 1945 — il "Fiore di pietra" si eleva per circa 24 metri sulla pianura lungo il fiume Sava. Progettato nel 1966 da Bogdan Bogdanović, uno dei più significativi architetti jugoslavi del dopoguerra, il memoriale abbandona ogni retorica celebrativa in favore di un linguaggio profondamente simbolico. Il cemento armato è modellato a forma di fiore che si apre, con petali netti e precisi, al tempo stesso fragili e imponenti. Il paesaggio vuoto amplifica l'effetto: visibile da grande distanza, l'opera diventa, in questo contesto, un potente gesto di rinascita.

Tjentište - Bosnia ed Erzegovina

Il memoriale del 1971 è opera dello scultore Miodrag Živković. Due grandi ali di cemento, alte circa 19 metri, evocano le due metà di una roccia spaccata. Lo spazio tra di esse richiama simbolicamente la rottura dell'accerchiamento nemico da parte dei partigiani durante la battaglia del 1943. Le superfici ruvide e scolpite — che recano le tracce della costruzione — dialogano con le pareti rocciose circostanti, rendendo il monumento parte della montagna più che opera di mano umana.

Petrova Gora - Croazia

Sulle colline del Kordun, il monumento all'insurrezione del Kordun e della Banija è la storia di una bellezza perduta. Lo scultore Vojin Bakić lo concepì nei primi anni Ottanta come una grande massa curva, alta oltre 30 metri, rivestita di pannelli in acciaio inossidabile lucidato. Alla luce del sole, il metallo rispecchiava il cielo e la foresta circostante; all'interno, spazi espositivi erano dedicati alla Resistenza. Nel corso degli anni ha subito gravi danni e saccheggi, diventando uno dei simboli dell'abbandono che ha colpito molti Spomenik.

Kosmaj - Serbia

Cinque grandi "ali" di cemento — ritmiche e geometriche — si innalzano sui pendii di una collina non lontano da Belgrado. Il progetto del 1971 di Vojin Stojić e Gradimir Medaković è dedicato ai combattenti del distaccamento partigiano locale. Il cemento a vista, con le sue linee nette e gli angoli acuti, si legge alternativamente come ali, lame o fiamme. Concepito per essere visto da lontano e vissuto da vicino, rimane una meta escursionistica molto frequentata dai residenti di Belgrado. Una dimostrazione efficace di come astrazione e paesaggio possano fondersi in un'unica composizione.

Ilinden (noto come Makedonium) - Macedonia del Nord

Monumento o astronave? Sulla collina di Mečkin Kamen, sopra la città di Kruševo, il Makedonium (1974) sembra atterrato dall'alto della valle. Creato dalla coppia di artisti Jordan e Iskra Grabulovski, commemora l'insurrezione dell'Ilinden del 1903 contro l'Impero Ottomano e la breve Repubblica di Kruševo. La forma sferica, composta da volumi curvi in cemento, cela un interno luminoso e percorribile, dove la luce filtra attraverso aperture sagomate.

Podgarić - Croazia

Il dialogo tra i materiali è il tratto distintivo di questo memoriale del 1967, dedicato alla Rivoluzione del Popolo della Moslavina. Lo scultore Dušan Džamonja ha messo in dialogo grandi forme alate in cemento con un elemento circolare rivestito in alluminio, che sembra staccarsi dalla massa grigia. Il risultato è una scultura monumentale di astrazione quasi totale, che emerge dal paesaggio collinare e muta aspetto con la luce e il cielo.

Dopo la Jugoslavia: abbandono, memoria contesa e nuova attenzione

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Con la dissoluzione della Jugoslavia negli anni Novanta e le guerre che ne seguirono, molti Spomenik persero la funzione per cui erano stati costruiti. Alcuni furono danneggiati o vandalizzati; altri furono semplicemente dimenticati, in un contesto in cui la memoria della Seconda guerra mondiale non era più condivisa come in passato.

Oggi il quadro è più complesso. Alcuni monumenti sono stati restaurati o restituiti alla commemorazione attiva, mentre altri versano in condizioni precarie. La mostra "Toward a Concrete Utopia: Architecture in Yugoslavia, 1948–1980", organizzata al MoMA di New York nel 2018, ha inserito l'architettura jugoslava nel dibattito globale e ha contribuito a rinnovare l'attenzione sul tema.

C'è però un punto che vale la pena tenere a mente — forse la lezione più importante per chi si avvicina a queste opere come progettista o ricercatore: vedere gli Spomenik solo come "strutture strane e fotogeniche" significa perderne metà del significato. Sono opere create per raccontare una storia, spesso dolorosa, e vanno lette in relazione al contesto che le ha generate.